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Cosa vedere a Sarajevo: l’ottimismo del presente senza dimenticare i dolori del passato

Cosa vedere a Sarajevo: l’ottimismo del presente senza dimenticare i dolori del passato

Cosa vedere a Sarajevo: un viaggio tra Oriente e Occidente, dove ogni strada racconta storie di convivenza, conflitti e rinascita.

Volevo tornare a Sarajevo da parecchio tempo. C’ero stato nel 1996, poco dopo la fine dell’assedio. In realtà non eravamo riusciti ad accedere al centro storico: i militari ci avevano fermato, perché la zona era ancora interdetta ai turisti. Mi erano però rimaste impresse le immagini della devastazione in periferia: palazzi sventrati, cimiteri condominiali, cartelli che segnalavano la presenza di mine antiuomo.

Andare a Sarajevo, a vent’anni di distanza, è stato come aprire un vecchio album di fotografie: riconosci volti familiari e scopri come il tempo ne abbia cambiato le vite e come, purtroppo, quei tragici eventi continuino a influenzarne la quotidianità.

Mappa delle attrazioni

Veliki Park

Iniziamo ad esplorare la città da Veliki park, poco fuori dal centro storico. E’ un parco cittadino che ospita sepolture. Un brivido freddo mi attraversa: i cimiteri non sono luoghi che amo, al contrario cerco di evitarli. Poi ne colgo l’aspetto di serenità, e la reazione iniziale svanisce. Intorno, la natura si prepara alla rinascita: verde fresco, gemme appena accennate, odore di terra bagnata. Questo luogo ospita il Memoriale dei Bambini Uccisi Durante l’Assedio, una statua in vetro che raffigura una madre che protegge il figlio.

Memoriale dei Bambini Uccisi Durante l’Assedio

Sul lato destro, la Statua Nermine dodi,  raffigura uno dei tanti eventi del massacro di Srebrenica: un padre chiama il figlio alla resa rassicurandolo che non gli sarebbe successo nulla. Purtroppo, entrambi sono stati trovati in una fossa comune 10 anni dopo la fine della guerra.

statua “Nermine, dodi

Veliki Park è un luogo profondamente toccante: il verde del parco convive con le lapidi e con il ricordo straziante dell’assedio. È come se suggerisse che non esiste una vera linea di demarcazione tra presente e passato: il presente continua a vivere dentro ciò che è stato.

Moschea di Gazi Husrev-beg

In centro, la prima tappa è la Moschea di Gazi Husrev-beg, costruita nel 1530, splendido esempio di architettura ottomana. È racchiusa da un muro che la isola dal brusio circostante, rendendola un luogo calmo e raccolto nel cuore della zona dei commerci.

Moschea di Gazi Husrev-beg

Al centro dell’ampio cortile si trova un’elegante fontana per le abluzioni, mentre la facciata ad archi è impreziosita da decorazioni raffinate. Sul lato destro si innalza la Torre dell’Orologio, che indica l’ora lunare ed è quindi allineata al calendario islamico.

Moschea di Gazi Husrev-beg

Lungofiume Miljacka

Sul Lungofiume Miljacka, si possono ammirare edifici di stili architettonici diversi, ottomani o austro-ungarici che ci ricordano le dominazioni che si sono susseguite nel corso dei secoli in quest’area dei balcani. Gli edifici più bassi con tetti in coccio e pietre grezze sono di origine ottomana. Quelli più monumentali e colorati hanno un’impronta austro-ungarica.

Palazzi sul Lungofiume Miljacka

Ponte Latino

Uno dei ponti che attraversa le due sponde del fiume Miljacka è celebre per aver cambiato il corso della storia: il Ponte Latino. Qui l’Arciduca austro-ungarico Francesco Ferdinando fu assassinato, evento che accese la miccia della Prima Guerra Mondiale. Il ponte prende il nome dagli insediamenti storici della comunità cattolica — chiamati “latini” — sulla riva sinistra del fiume.

Ponte Latino

Cattedrale del Sacro Cuore

La Cattedrale del Sacro Cuore, bellissima struttura in stile neogotico della fine del XIX secolo, testimonia la natura multireligiosa della città, dove la comunità cattolica, oltre ad essere numericamente significativa, è anche un pilastro dell’identità cittadina. Non è un caso che sorga nel punto in cui la città ottomana incontri quella austro-ungarica. La facciata è in pietra calcarea di Sarajevo e si distingue per le belle sue vetrate decorate che filtrano la luce, creando un ambiente intimo al suo interno. Durante l’assedio fu più volte danneggiata, ma mai distrutta.

Cattedrale del Sacro Cuore

Le rose di Sarajevo

Vicino all’ingresso della Cattedrale si nota una delle impronte più famose lasciate dalle granate che ricorda gli attacchi durante la guerra. Il cratere nell’asfalto è stato riempito di resina rossa, a memoria di chi fu freddato innocentemente. Un monito silenzioso, che contrasta con la bellezza neogotica della facciata: questa è una delle Rose di Sarajevo. La loro distribuzione è capillare in città, segnando tutti i luoghi in cui almeno una persona perse la vita.

Le rose di Sarajevo

Cimitero di Kovači

Il Cimitero di Kovači, situato in collina appena sopra il fiume Miljacka, è un luogo che trasmette vibrazioni intense. Le lapidi bianche riportano i nomi dei giovani soldati caduti durante la guerra. Poggiate su un manto erboso, guardano la città vecchia dall’alto, come se volessero proteggerla. Come altri cimiteri di Sarajevo, anche questo è integrato nel tessuto urbano e viene attraversato quotidianamente dai residenti per raggiungere le loro dimore. Questo aspetto mi ha colpito profondamente: la convivenza tra vita e morte non è un tabù, ma una relazione tangibile e intensa.

Cimitero di Kovači

I luoghi della Caduta della Jugoslavia

I luoghi che segnarono l’assedio più lungo del XX secolo, dal 1992 al 1996, conservano ancora evidenti cicatrici dei tragici eventi. Percorrere quelle strade significa entrare direttamente nel teatro bellico di quegli anni. Ulica Zmaja od Bosne è tristemente nota come il Viale dei Cecchini. Via di comunicazione fondamentale tra la zona industriale, l’aeroporto e la città vecchia, offriva agli sparatutto, appostati sulle alture circostanti, un’ottima visuale per colpire gli inermi civili musulmani costretti a percorrerla.

Passando dal Ponte Vrbanja, non si può fare a meno di ricordare la tragica storia di Admira Ismić e Boško Brkić, conosciuti come i “Romeo e Giulietta di Sarajevo”. Giovani innamorati, lei bosniaca e lui serbo, cercarono di fuggire dalla città sotto assedio, ma furono entrambi freddati da un cecchino sul ponte. I loro corpi abbracciati furono recuperati solo dopo otto giorni e sepolti definitivamente tre anni dopo la fine della guerra. Questa vicenda è diventata per i bosniaci un simbolo: l’amore può resistere anche alla guerra.

La Pista di Bob sul monte Trebević, inaugurata per le Olimpiadi Invernali del 1984, divenne durante l’assedio una delle postazioni d’artiglieria delle truppe serbe. Oggi è un memoriale a cielo aperto, che mette in risalto il contrasto tra sportività e conflitto, immerso in una natura incontaminata.

La Pista di Bob sul monte Trebević

Repubblica di Srpska

Nella parte est di Sarajevo si entra nella Repubblica di Srpska, l’entità serba creata al termine del conflitto all’interno della Bosnia-Erzegovina. Qui la gestione di servizi come sanità e trasporti è autonoma. Il confine è invisibile: non ci sono posti di blocco né dogane, ma i cartelli cambiano dal latino al cirillico e sventolano bandiere serbe. Chi vive in queste zone attraversa quotidianamente questo confine, che resta un doloroso ricordo delle ferite dell’assedio.

Cartello che indica il confine con la Repubblica di Srpska

Tunnel della speranza

Il Tunnel della Speranza è uno di quei luoghi che trasmettono voglia di vivere e di resistere, ricordando che, anche nelle situazioni più disperate, esiste sempre una via d’uscita. Questa galleria sotterranea di 800 metri ha salvato Sarajevo dalla capitolazione, poiché permetteva ai bosniaci di oltrepassare la linea di assedio per giungere in territorio libero dove si rifornivano di cibo, acqua e armi per difendersi. 

Il tunnel che si vede oggi è solo una ricostruzione. All’interno del museo che lo ospita, però, i filmati originali degli anni tragici fanno rivivere al visitatore l’angoscia di quei momenti. Un tributo a chi si immolò per il futuro di un’intera città, di un intero paese e di tutti coloro che hanno il diritto di difendere la propria identità.

Tunnel della Speranza

Per concludere

Una città bellissima che ha difeso la propria identità e la propria multiculturalità, dove si sente ancora la sofferenza della recente guerra, ma che guarda al presente e al futuro con ottimismo.

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